Al Cinema: Capannori

FIAMMA D’AMORE VIVA – Le note del regista Antonio Nardone

Gemma scrive il suo diario (Francesco Giani)

Antonio Nardone su Fiamma d’amore viva

Il mio rapporto con Gemma è segnato dai paradossi.
Vivo all’ombra del Santuario da quando avevo sette anni – dal balcone di casa vedo spuntare la cupola – ma l’immensità di quella struttura mi è sempre parsa inadeguata rispetto alla giovane che vedo effigiata di fianco al portale.
Il Santuario – destinato alla riunione, all’agape, all’ecclesia – mi è sempre sembrato immerso in un isolamento che contrastava coi miei giochi di bambino; era come se una cappa di desolazione fosse calata su quel luogo e l’avesse separato.
L’immagine di Gemma mi ha sempre interrogato: cosa c’entra quella ragazza bellissima, vestita stile Famiglia Addams, con tutta questa tristezza? Da piccolo non sapevo nulla di Gemma, ma avevo già intuito la natura del suo dolore, della sua solitudine, della sua disperazione; quel tempio era, ed è, costruito sulla sacralità di queste terribili emozioni.

Non esistono mezze misure; bisogna accettare che l’intimo contatto col divino è sconvolgente.
Se l’amore umano – così fragile, consacrato a esseri incompleti e mutevoli – può condurre alla follia, cosa potrà l’amore per Dio, essere perfetto, eterno e ubiquo, nascosto nell’universo come nel profondo del nostro cuore? Se un uomo può travolgere una donna di desiderio e piacere, che farà Dio? Il resto è soltanto quieto vivere, perbenismo, buona condotta – prigionieri tutti delle nostre convenzioni.

Gemma seppe compromettersi; oppure fu costretta, perché la divinità sceglie, non chiede il permesso; in oriente ho incontrato molti mistici che me l’hanno confermato: la divinità li ha scelti e rapiti contro la loro volontà. Li ha fatti vaticinare, li ha fatti benedire, li ha fatti martirizzare, offrendoli come vittime in cerimonie di cui nella loro mente non resta traccia. E le orrende ferite di quei rituali svaniscono, come per magia; spesso non rimangono neanche le cicatrici.
In Fiamma d’amore viva ho presentato alcuni di questi sacrifici, molto censurati, perché mostrare la realtà avrebbe superato la capacità di sopportazione del pubblico. Volevo mostrare quanto poco politicamente corretta sia l’estasi; mi sono attirato molte critiche, ma non ho presentato quello strazio come simulacro della Passione di Gemma Galgani, ho citato una necessità comune al mondo intero: quella che alcuni si facciano vittime perché la vita possa continuare.

Qui sta la singolarità del cristianesimo, la sua fondamentale trasvalutazione dei valori; perché nel cristianesimo Dio stesso diviene vittima sacrificale, e il mezzo del supplizio – la croce, il più infamante conosciuto della romanità – diventa simbolo di pace, immagine dell’Amore che trionfa sul Male. Così il cristiano è sempre tacciato di follia nel mondo pagano, perché abbandona la logica della convivenza civile basata sul sacrificio cruento, per abbracciare la logica divergente dell’Amore.

Gemma è una schiava d’amore.
Come per San Paolo, come per San Francesco, è dopo una grave infermità che Gesù prende a visitarla. Gesù le appare, le parla, ma soprattutto la possiede fisicamente, la travolge, la prende e l’abbandona senza preavviso, la fa sanguinare e le procura una beatitudine fisica indescrivibile, quella che solo i mistici sanno provare.
Mi immagino i bravi lucchesi intorno a lei – parenti, amici, dottori, diaconi, monsignori: “ Cosa pretende questa poveretta? Non è nessuno, non sa fare niente, perché Dio dovrebbe interessarsi a lei?” Questo atteggiamento primigenio spiega la diffidenza che il lucchese nutre per Gemma, e che rende ancora scandaloso parlare di lei in città. Perché Dio sceglie a proprio piacimento, non è un burocrate che esamina un curriculum. Dio l’ha scelta e lei lo sa. Lo scandalo non fa che ribadire la realtà trasgressiva della scelta: Gesù, nel suo stile più puro – ma questo tutti lo dimenticano – ha scelto la più umile delle umili, la più strana, la più paranoica, la più debole emotivamente, la più rompipalle. Non è necessaria una gara d’appalto per la santità.

Quando esaminiamo le manifestazioni mistiche di Gemma, ricorrono alcuni termini: simulazione, autolesionismo, masochismo, morbosità. Ma l’amore di Gemma non conosce altro dono che la Passione, aiutare Gesù e condividere i suoi dolori per benedire il mondo, finché il peccato non sia estinto.
I progressi delle neuroscienze ci diranno come il cervello sconvolge il corpo tanto da fare esplodere i capillari e produrre emorragie a tema: le stigmate; già oggi l’emolacria e l’ematoidrosi – le lacrime e il sudore di sangue – sono fenomeni riconosciuti dalla medicina. Ma è bene che i piaceri e i dolori divini di Gemma restino un mistero, perché amare è sempre un mistero.

In un mondo meschino che fatalmente la reprimeva – in quanto povera, in quanto provinciale, in quanto donna – Gemma scelse di abbandonarsi all’unica passione che poteva liberarla e fece, nella sua apparente follia, l’unica scelta davvero intelligente: condannata al dolore, decise di goderne.

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